«Io? Ma che sei matta?!». Così,
con tono stizzito, aveva risposto Faby alla sua compagna di banco
che le aveva domandato, in maniera innocente e maliziosa al tempo
stesso, come solo ad una ragazzina di quindici anni può riuscire, se
si fosse mai masturbata. Non che Faby ci vedesse niente di male,
tutto sommato. Ma di lì a raccontarlo in giro, beh…, ce ne passava.
La masturbazione era, in quel periodo della sua adolescenza, il suo
viatico verso la completa maturità sessuale, a cui aspirava
fortemente. I ragazzi della sua età erano dei veri imbecilli. Tra i
ragazzi più odiati, i compagni di classe: brutti, sempre sudati,
pieni di brufoli, interessati solo al pallone. Faby avrebbe anche
potuto soprassedere su quei sentimenti di ripugnanza se solo quel
branco di imbecilli si fosse tenuto a debita distanza da lei. Ma, si
sa, a quell’età gli ormoni maschili iniziano a ribollire. E da un
po’ di tempo loro, i suoi compagni di classe, si erano fissati su di
lei: praticamente tutti i compagni di classe si eccitavano e
palparle il culo ogni volta che potevano. Marco poi, che era il più
sfacciato, non si limitava ad accarezzarle le chiappe, no: gliele
stringeva nel palmo, tenendole in mano sempre per parecchio tempo,
ed aveva preso ad infilarle la mano sempre più verso l’inguine, dove
la stoffa del jeans si faceva più calda per il contatto con il
bozzetto, ed il tatto più morbido. Quando Marco piombava dietro di
lei e l’afferrava, lei a volte schizzava di colpo, si voltava
sconvolta e cercava di scansarlo, infastidita. Ma la cosa andava
avanti da tempo, con quegli altri cialtroni a godersi la scena e
ridere del gesto del loro capo-branco. Quando tornavano a casa, Faby
ne era certa, si tiravano le seghe pensando a lei, al suo culo. La
sola idea le faceva ribrezzo.
Se i ragazzini adolescenti erano il suo incubo, gli uomini maturi,
invece, erano la sua passione: la barba leggermente cresciuta sul
volto, una giacca elegante e casual, delle mani sicure, delle labbra
dominanti, tutti caratteri che la affascinavano. Con un uomo adulto
sarebbe andata in capo al mondo…
Non era affatto lontano da quell’ideale di uomo il supplente di
storia che arrivò a giugno. Era moro, la barba sempre ben rasata, ma
che si intuiva ispida. Camicia azzurra sempre pulita, giacca di
tweed, jeans, ma più spesso pantaloni di velluto a coste, Timberland
ai piedi. Elegante, bello, non troppo alto forse, ma bello. Le sue
amiche l’avevano presa in giro quando aveva confidato loro che lo
trovava molto intrigante, ma lei ne era convinta: durante la lezione
lo fissava con profondità, ne osservava ogni movimento, e tutti i
suoi gesti le sembravano armoniosi ed eleganti. Parlava con
sicurezza, si disinteressava del baccano dei compagni di classe
impegnati a leggere fumetti, ed incrociava spesso il suo viso.
Il supplente era arrivato appena lunedì e già martedì sera lei si
era masturbata a letto, prima di addormentarsi, fissando la sua
fantasia sulle immagini di lui. E l’orgasmo venne intensamente, come
un fiume di calore che dal bacino si diffondeva in pochi istanti su
fino ai capezzoli durissimi e giù fino alla punta del clitoride. Le
scappò un urletto che avrebbe fatto meglio a trattenere, per non
correre il rischio di essere scoperta dai suoi, nella stanza
accanto. La completezza di quell’orgasmo solitario le lasciò la mano
umida e le mutandine incollate.
Il mercoledì fu una giornata noiosissima: l’orario non prevedeva
l’insegnamento di storia, ma ben tre ore di matematica di seguito,
roba da morire. In più, quello stronzo di Marco era arrivato a
scuola particolarmente eccitato e già a partire dalla prima mattina
aveva cominciato a toccarla, a strusciarsi sulle sue natiche… Quel
porco sembrava non potesse fare a meno di metterle le mani addosso,
e si faceva ogni giorno più spudorato.
Giovedì invece il prof arrivò con qualche minuto di anticipo: Faby
non potè fare a meno di ripensare al suo orgasmo impetuoso di
qualche sera prima, reso possibile dall’immagine dell’uomo che ora
aveva avanti a sé, così adulto, elegante, bello. Iniziò a
fantasticare sul suo corpo, sul suo cazzo. L’idea stessa la
imbarazzò, le guance le si colorirono, ma lo trovò estremamente
eccitante. Prese a disegnare piccole forme di cazzi sul suo
quaderno, in una pagina che poi avrebbe strappato, rifacendosi alle
foto che aveva visto su di un giornale pornografico che le avevano
fatto vedere le sue amiche della piscina. Il cazzo del supplente di
storia doveva essere liscio, soprattutto liscio, e dolce…
L’eccitazione di quelle fantasie le presero la mano… e la
costrinsero a premere leggermente sul suo clitoride: attraverso i
leggerissimi pantaloni della tuta, di felpina grigia, riusciva a
sentire il piccolo bozzolo posto sulla sommità delle labbra, e lo
premette circolarmente per alcuni secondi, sentendo crescere il
piacere dentro di sé. Si guardò attorno: tutti, in classe, erano
distratti… La sua compagna di banco, era piegata a prendere appunti
e non alzava gli occhi dal quadernone ad anelli da un pezzo; il
banco ed il giaccone sulla sedia la coprivano praticamente da tutto
il resto della classe, mentre le due secchione dietro di lei
guardavano fisse la cattedra dell’insegnante. Avrebbe dovuto fare
molta attenzione, muoversi lentamente e con circospezione, senza
dare segni di agitazione, ma avrebbe potuto provare a toccarsi in
classe, guardando dal vivo il volto, gli occhi, le spalle del sup
prof.
L’idea l’aveva ormai totalmente posseduta. Slacciò il nodino
dell’elastico dei pantaloni della tuta; poi, con la mano destra,
piano, si aprì un varco al di sotto dell’elastico dei pantaloni.
Toccava l’orlo delle mutandine, mentre con gli occhi scrutava ogni
movimento dei compagni di classe, per evitare di essere notata.
Quando la punta del suo dito medio sentì i peli ruvidi della fica
sentì un eccitazione ed un senso del proibito che la fecero
eccitare, e si voltò verso il prof, fissandolo vogliosamente. Il suo
dito scivolò dentro la vagina velocissimo, aiutato dall’umidità
delle pareti della vagina, e cominciò a muoversi molto lentamente
verso il fondo. Il respiro si fece pesante, mentre il suo supplente
di storia raccontava degli uomini, delle guerre, dei ministri, degli
eserciti, dei trattati di pace e della resistenza, della
costituente…
«Fate attenzione ragazzi – dichiarava lui dalla cattedra –, quegli
uomini, tanto lontani da noi, seduti assieme in un’aula parlamentare
nonostante le loro profonde divergenze ideologiche e le storie
personali di ognuno di loro, giunsero ad un accordo su di un
documento, su di una tavola di valori, su di un complesso di fini
collettivi e di garanzie individuali che ancora oggi, a distanza di
cinquant’anni, presiedono allo svolgimento della nostra vita singola
ed associata, tutelando le nostre libertà, i nostri beni, i nostri
progetti di vita». Parlava con passione, con foga. E lei venne,
venne a volontà, bagnò le mutandine, i pantaloni della tuta si
fecero grigio scuro. Si piegò su di sé, raccogliendosi, coprendosi,
ma ansimando, trattenendo ogni muscolo del suo corpo in un istante
di piacere silenzioso, proibito, stringente.
Uscì dalla classe per ultima quel giorno, ancora assorta nei suoi
pensieri, nelle sue fantasie. Ma Sul punto di varcare l’uscio della
classe si trovò di fronte Marco, piantato davanti a lei, a sbarrarle
il passo.
- «Che cazzo vuoi, levati!».
- «Eh no, cara signorina, tu mica mi comandi, qui il maschio sono
io!»
- «Ma finiscila», replicò Faby infastidita, «dai, ho fretta».
- «Senti un po’ – fece lui – tu non è che vuoi che io vada in giro a
raccontare cosa facevi tu poco fa, durante la lezione di storia, di
nascosto sotto il banco, eh?»
Faby trasalì, rimase in silenzio per alcuni secondi, non seppe
ricordare quanti. Davanti ai suoi occhi sbarrati il ghigno furbesco
di quel moccioso brufoloso e sudato, incredula all’idea che qualcuno
l’avesse scoperta. Si era distratta, aveva esagerato, si era fissata
troppo sul prof e aveva trascurato di controllare che nessuno
potesse vederla. Ma quello stronzo di Marco era seduto lontano, due
file dietro di lei! Evidentemente la stava fissando, altrimenti non
avrebbe potuto vederla nessuno.
- «Allora?», la incalzò Marco.
- «Ti sbagli di grosso, non so di cosa tu stia parlando…». La
reazione migliore le sembrò quella, negare.
- «Ah sì? Va bene, se dici che mi sbaglio, allora te ne freghi se
glielo racconto a qualcuno, che ti facevi un ditalino in classe,
no?».
- «Aspetta! Dove vai? Stai fermo!». Faby lo tirava per la giacca
jeans e lo tratteneva. «Non mi stavo facendo un ditalino, che cazzo
dici, mi stavo grattando, avevo prurito…».
- «Ma Faby, non le sparare. Se ti ho visto io con i miei occhi che
poi sei diventata tutta rossa e hai goduto! Adesso, sai che facciamo
– fece Marco, sempre più furbesco ed eccitato –, io ti giuro di
starmene zitto e di tenermi la cosa per me, e tu ti fermi qui un
attimo con me, ti fai dare un’occhiata come dico io, eh?».
- «Ma tu sei scemo col botto! Vaffanculo, porco schifoso!». Faby
reagì così, d’istinto. Da mesi quel maiale le stava addosso,
palpandole il culo e mettendole le mani sul bozzo della fica,
strusciando il suo pacco molliccio addosso a lei, guardandole sempre
le tette da sotto le maglie, ed ora pretendeva di stare lì ad
approfittarsi di lei, ricattandola, con il suo accordo!
- «Guarda dolcezza che sei tu che mi hai trattenuto dall’andare a
raccontare agli amici che ti sei sditalinata in classe! Sai che
belle risate ci facciamo con i ragazzi! E poi magari glielo diciamo
al prof di storia che mentre lui faceva lezione tu ti toccavi…».
- «No! Aspetta!». Tutto cedeva, tutto crollava, pagava un prezzo
altissimo per la sua fantasia, per il suo piacere segreto. Ma capiva
che era alle strette. Doveva pagare. «Guarda Marco, facciamo così,
ti faccio toccare, va bene?».
- «Si, ti tocco un po’ la fica, dai, tu non ti preoccupare, faccio
piano. Poi magari tu mi tocchi un po’, eh? Che dici, me la fai una
sega veloce veloce?»
- «Ma che sei matto? Io ti faccio toccare e basta!».
- «Guarda, mettiamoci d’accordo – fece Marco, sempre più eccitato –
tu mi fai toccare quello che mi pare, e io nel frattempo mi faccio
una sega, non me la devi fare tu, ok?».
L’idea che quel maiale si facesse una sega con quel suo coso unto e
schifoso tra le mani lì, davanti a lei, le faceva ribrezzo, ma le
sembrò un compromesso accettabile: «Basta che fai presto».
- «Ma certo, vieni qui».
Marco prese Faby per il braccio e la spinse verso il fondo
dell’aula. La fece appoggiare al muro, all’angolo, e prese a
toccarle il seno piccolo e sodo. Lei guardava in basso, cercando di
non incontrare lo sguardo di lui. Vide la mano di Marco andare verso
la patta dei pantaloni, aprirla freneticamente, tirare fuori il
cazzo rosso, congestionato. Era la prima volta in vita sua che
vedeva un cazzo dal vivo, e lo trovò brutto. Lui prese a coprire e
ricoprire il pisello, muovendo la mano destra, mentre la sinistra le
palpava il seno. Poi lui scese con la mano e le toccò la fica, la
fica morbida sotto i pantaloni di stoffa leggera, che lasciavano
sentire tutto, lo spacco delle labbra, l’umido dovuto al suo
godimento di poco prima. Lui toccava ruvidamente, senza cura, e si
masturbava con foga. Poi il suo respiro si fece più affannoso, più
incalzante; la sua mano sulla sua fica più forte, più invadente; la
sua schiena si inarcò, il cazzo sporse dalla patta dei pantaloni in
tutta la sua interezza. E lei capì che stava per schizzare, intuì
che avrebbe dovuto spostarsi, allontanarsi, ma era all’angolo, non
aveva spazi liberi. Poi lui venne: la prima goccia bianca comparve
sulla punta della cappella e in un istante ci fu lo schizzo.
Zampillò un fiotto di liquido opaco, che si depositò sulla maglia
azzurra di Faby, colando lentamente verso il basso; un secondo
fiotto, più potente ed abbondante del primo le investì la manica
della maglia e la mano con cui cercava di proteggersi. Poi Marco,
tutto contratto, bruttissimo, scolò per terra altra sborra,
sporcando il pavimento della classe.
Faby colava sborra, ma scappò via, sull’orlo di una crisi di pianto.
Si ficcò di corsa in bagno, dove passò un buon quarto d’ora a
sciacquarsi di dosso quella mistura viscosa, come il sudore di quel
maniaco sessuale di Marco, come il pus dei brufoli biancastri di
quel porco ricattatore, che conosceva la morbidezza della sua fica e
la durezza del suo giovane seno come nessun altro uomo al mondo.
Il giorno dopo a scuola non andò, finse una febbre. Venerdì, poi, il
supplente di storia non c’era più: era tornata la vecchia titolare.
Se ne era andato lasciando in Faby un desiderio intensissimo di un
uomo adulto, ed una passione viscerale per la Costituzione.
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