Le infermiere si affrettano nel
riassestare il letto. Disinfettano l'armatura metallica del telaio e
con cura riordinano il comodino. Seduta su una sedia, nel corridoio
della clinica, una anziana donna è in attesa di occupare l'umile
giaciglio. Prima di lei altre donne sono giaciute su quel materasso,
molte sono guarite ed hanno preso la strada di casa, altre quella
più vicina dell'obitorio. Con Elena avevo fatto conoscenza una notte
della primavera scorsa quando ero di guardia in ospedale. - Dottore,
c'è un nuovo ricovero. - mi destò dal sonno una voce femminile al
telefono. - Vengo subito. - risposi. Mi alzai da letto, infiali
pantaloni e camice, e abbandonai la stanza che ospita il medico di
guardia. Nell'ambulatorio delle urgenze trovai una donna
semincosciente sdraiata sul lettino. Avvelenamento da barbiturici
stava scritto sul foglio di ricovero del Pronto Soccorso che
l'infermiera mi consegnò. Il referto includeva l'elenco dei
provvedimenti terapeutici posti in atto dal momento del ricovero. La
lavanda gastrica aveva risolto l’effetto devastante dei farmaci
ingeriti. Andai alla ricerca del battito di un'arteria tastandole il
polso. Il ritmo era bradicardico. Le pulsazioni al disotto delle
sessanta il minuto. Passai la fascia dell'apparecchio della
pressione attorno al braccio, premetti più volte la pompa dell'aria
lasciando che il mercurio scendesse lentamente dalla colonnina. La
pressione massima era di 85 mm. La minima di 60 mm. - Mettiamole una
fisiologica da 500 c.c. ed eseguiamo un elettrocardiogramma - dissi
rivolgendomi ad una delle infermiere che mi assisteva. Il colorito
del viso della donna era di un pallido disarmante, ma non tale da
preoccuparmi. Lo studio della semiologia mi ha insegnato che nei
casi di avvelenamento da barbiturici è normale che il paziente
presenti un colorito pallido. La donna dimostrava una trentina
d'anni o poco più. Il viso, privo di trucco, le conferiva un'aria
angelica. I capelli di colore castano avevano delle striature più
scure. Indossava una vestaglia da camera, di seta, che le giungeva
fino ai piedi. Una delle infermiere ripose l'elettrocardiografo a
lato del lettino, allontanò i lembi della vestaglia e le tolse il
reggiseno. Le tette erano vistose, in altre occasioni le avrei
definite in altro modo tanto erano perfette nella loro forma. I
capezzoli di colore nocciola avevano una forma estesa. Le punte
erano stranamente inturgidite. L'infermiera dispose gli elettrodi
sulla parete toracica di sinistra fino ad arrivare al cavo
ascellare. Il pennino dell'elettrocardiografo prese a muoversi. Il
tracciato era normale; non c'era nessuna traccia d'alterazioni
cardiache. - Va bene, dai, mettiamola a letto. Domani mattina fatele
i prelievi di sangue di routine - dissi rivolgendomi alle
infermiere. - Controllate piuttosto che i parenti siano stati
avvisati. Se nessuno l'ha fatto, informate il posto di polizia
dell'ospedale, ci penseranno loro a contattarli. L'indomani mattina
abbandonai la clinica senza prendermi cura dei pazienti affidati
alle mie cure. Tornai in ospedale solo nel tardo pomeriggio. A
quell'ora sono solito esaminare i referti degli esami ematici e di
radiologia eseguiti nella mattinata. La paziente che avevo soccorso
la notte precedente stava coricata sul letto. Presi la cartella
clinica e diedi un'occhiata ai referti degli esami di sangue. - Come
sta signora Ferrari? Lo sa che ha corso il rischio di lasciarci la
pelle? Pronunciai la frase con l'indifferenza di chi da troppo tempo
è abituato a convivere con sofferenza e dolore. - Sto meglio...
molto meglio. Il viso, seppure pallido, aveva perso il colorito
spento della notte precedente. La pressione arteriosa e il polso
avevano ripreso i valori normali. Stava semisdraiata sul letto,
indifesa, sconcertata dalla singolare situazione in cui era venuta a
trovarsi. I lineamenti del viso erano fini. Il modo di porsi e di
comunicare erano quelli di una donna colta. Diedi un'occhiata alla
cartella clinica. Là dove era indicata la professione c'era scritto
insegnante. - Allora lei insegna? - dissi spezzando l'alone
d'imbarazzo che si era instaurato fra noi. - Sì, al liceo Manzoni.
Insegno lettere e filosofia. - Ah... bene, da ragazzo avevo
desiderato frequentare il liceo. Purtroppo i miei genitori
preferirono iscrivermi ad un istituto per geometri. Dopo la maturità
ho intrapreso gli studi universitari. Ed ora eccomi qui a fare il
medico. Pronunciai quelle parole sorridendo. Forse perché contagiata
dal mio modo di fare si lasciò sfuggire un timido sorriso. In
quell'attimo fugace colsi nei suoi occhi una luce speciale. - La
lascio riposare, ci vediamo domani mattina. Avrò più tempo da
dedicarle. Completeremo la cartella clinica. Abbandonai la stanza
seguito a breve distanza dall'infermiera. - Domani mattina fatele i
test per l'epatite e quelli per l'aids. Gli esami ematici
evidenziano un rialzo delle transaminasi, non vorrei che i valori
celassero qualche infezione di tipo virale. Il giorno seguente, come
promesso, mi recai dall'insegnante per redigere la storia clinica.
Il suo aspetto era migliorato. Sul viso notai un lieve cenno di
trucco, segno di un ritorno alla normalità. - Come sta oggi la mia
malata? - Bene dottore, il momento critico è passato. Mi accomodai
su di una sedia accanto al letto e aprii la cartella clinica. - Le
porrò alcune domande molto personali. Potrebbero sembrarle
inopportune, ma non posso esimermi dal farle. Innanzi tutto vorrei
chiederle cosa è successo. Abbassò le ciglia e intrecciò le dita
delle mani con forza, poi iniziò a parlare. - E’ successo che ho
scoperto che il mio uomo mi tradiva con la mia migliore amica.
Succedeva quando mi assentavo da casa per andare a Milano da mia
madre. Domenica uno sciopero improvviso del personale viaggiante
delle ferrovia mi ha costretta a fare ritorno a casa. Nella stanza
da letto ho sorpreso mio marito che faceva l'amore con Claudia, una
mia vicina di casa. Noi donne siamo ingenue, anche di fronte
all'evidenza sappiamo giustificare le peggiori bugie dei nostri
uomini, ma quello che ho visto nella stanza da letto è stato un
brusco risveglio. Ho reagito nella maniera più dissennata ingoiando
dei barbiturici. Avevo ascoltato le sue parole in silenzio senza
interromperla. Ascoltandola avevo rivissuto la mia storia con
Giovanna, del tutto simile alla sua, con la sola differenza che
allora ero stato io a scoprire mia moglie, nuda, cavalcioni su di un
uomo che la scopava. Dopo quella confessione provai una certa
simpatia per quella donna. Quasi senza accorgermene appoggiai una
mano sulla sua e l'accarezzai. - Non si preoccupi è tutto finito. -
la rassicurai - Ho conosciuto persone che di fronte ad avvenimenti
gravi si sono rinchiuse in se stesse costruendosi attorno una
fortezza inespugnabile. Avevano l'impressione che nella loro vita
nulla avrebbe più avuto senso, finendo col passare senza
accorgersene, accanto ad altre occasioni che avrebbero potuto
cambiargli vita. Non faccia lo stesso errore, torni a vivere con la
determinazione di chi ha ancora tanto da gioire. Pronunciai quelle
parole con una tale enfasi che senza accorgermene iniziai a
stringerle la mano. - La ringrazio per le sue belle parole, sono
contenta che sia stato lei a prendersi cura di me. Non so come fare
per ringraziarla - M'interruppe sorridendo. Probabilmente accostando
la mano sulla sua mi ero spinto ben al di là delle mie competenze
mediche. Ma il modo con cui si era rivolta a me mi aveva fatto
scoprire un lato nascosto della sua personalità solo all'apparenza
sobria. Proseguii nel redigere la cartella clinica annotando la
storia delle sue malattie e di quelle dei genitori. Le analisi di
funzionalità epatica e la ricerca di eventuali virus diedero esito
negativo. Decisi che l'avrei dimessa dopo la visita di un
neuropsichiatra. Nei giorni seguenti il nostro rapporto diventò
ancora più amichevole, mi confidò che il marito era venuto a
trovarla e che, di comune accordo, avevano deciso di separarsi.
L'idea che mi ero fatto di lei era di una donna intelligente, ricca
di forte personalità, che in un momento di difficoltà era crollata,
correndo il rischio di togliersi la vita. - Domani mattina la
dimetto. - dissi entrando nella sua stanza. - Stanotte, durante il
turno di guardia, le preparerò la lettera di dimissioni. Una volta a
casa dovrà consegnarla al medico di famiglia, va bene? La sera cenai
nella stanza del medico di guardia. Stavo seduto alla scrivania,
intento a leggere dei documenti, quando sentii bussare alla porta. -
Posso entrare? La voce era femminile. Dedussi fosse un'infermiera. -
Avanti! E' aperto. Sulla soglia apparve Elena. Indossava una
vestaglia aperta sul davanti in nylon trasparente e lasciava
intravedere la pelle nuda. - Sono venuta a salutarla. Domani non
avrò occasione di vederla. Voglio ringraziarla per quanto ha fatto
per me. Non so come sdebitarmi con lei. - Non si preoccupi, è il mio
lavoro. Sono pagato per questo. - Non è vero, lei ha fatto molto più
di quanto le competeva. Mentre pronunciava quelle parole il suo
sguardo si era fatto seducente. Sul suo volto mi sembrò di scorgere
i lineamenti della mia Giovanna. Preso da un raptus e lusingato
dalle sue attenzioni mi alzai dalla poltroncina, le cinsi la vita, e
la baciai. - Stiamo entrando in acque molto agitate - disse quando
mi staccai dalle sue labbra. - Lo so. - risposi. - Sono felice
quando posso stare dove voglio. - E sei felice ora? - Sì. La
vestaglia che le copriva il corpo cadde ai suoi pedi insieme alla
sottoveste. Le forme del suo corpo erano di una naturale bellezza.
Le accarezzai il viso scostandole i capelli di lato. Gli occhi
iniziarono a brillare con una certa intensità. Una lacrima le scese
lungo la guancia. La strinsi forte al petto carezzandole il capo.
Lei, a sua volta, cinse le mani attorno la mia schiena e si aggrappò
a me, poi iniziò a piangere a singhiozzo. Per la prima volta, dopo i
giorni trascorsi in ospedale, stava liberandosi del peso che si
portava dentro. - Scusami. - sussurrò, a voce bassa, mettendo in
evidenza l'angoscia di cui era prigioniera. - Non ti preoccupare, ci
sono io vicino a te. Presi il suo viso fra le mani e l'accarezzai,
poi la baciai sulle labbra. Il sapore salato delle gocce di pianto
si mescolarono al gusto mielato della sua bocca. Dopo lo sfogo di
pianto la sentii stringersi addosso al mio corpo e le nostre labbra
si congiunsero in un bacio appassionato. Penetrai la sua bocca con
la lingua assaporando la morbida parete del palato, lei
contraccambiò il movimento incrociandola con la sua, titillandola
l'una contro l'altra riempiendomi di brividi caldi. Ho sempre
misurato l'intensità di una passione in rapporto al piacere che sa
trasmettermi un bacio. Quella sera, forse per colpa della strana
circostanza, rimasi estasiato dal calore delle sue labbra. Lasciai
cadere una mano sul ventre della mia ospite. Passando attraverso
l'elastico delle mutandine sfiorai i peli del pube impastati
d'umore. Elena andò a cercare la cinghia dei miei pantaloni che
rovinarono sul pavimento insieme alle mutande. Il cazzo, liberato
dalla costrizione degli indumenti rimase sospeso a mezz'aria. Fu
svelta ad afferrarlo fra le dita. Si scostò dall'abbraccio e rivolse
lo sguardo in basso, al mio uccello, poi si strinse a me. Il tocco
della mano sull’uccello aumentò il mio desiderio di possederla.
Andai a sedermi su di una seggiola e trascinai Elena sulle mie
ginocchia. Mi ritrovai davanti agli occhi le sue tette e calai le
labbra sui capezzoli impastandoli di saliva. Il tocco della lingua
le provocò un certo turbamento. S'inarcò all'indietro con la schiena
e cominciò a mugolare di piacere. Aiutandomi con la mano infilai
l'uccello nella fica. Le abbrancai le natiche attirandole con forza
verso di me premendo la punta dell'uccello sul fondo della fessura.
Accompagnò i miei movimenti toccandosi le tette con le dita
lasciandosi andare a mugolii di piacere. Nel momento in cui
raggiunse l'orgasmo gridò: - Vengo!... Vengo!... Venni anch'io,
subito dopo. Appena in tempo per estrarre l'uccello prima che lo
sperma si depositasse nel fondo della fica. Scaricai il seme sul suo
addome dopodiché ci abbracciammo per alcuni istanti. Uno squillo del
telefono interruppe l'idilliaco momento. Allungai la mano verso
scrivania e afferrai la cornetta del telefono. - Dottore, è arrivato
un ricovero. - disse una voce femminile. - Vengo subito. Conduce a
paziente in infermeria. Ci separammo in tutta fretta raccogliendo
gli abiti dal pavimento. - Mi ha fatto piacere stare con te. -
disse. - Anche a me. - risposi - Quando sarò dimessa spero di
risentirti, ci conto, eh! - Sì, certo. - promisi. - Sarò io a
cercarti. Ho bisogno di tempo, devo mettere ordine nella mia vita.
Le diedi un ultimo bacio e mi allontanai. Trascorsero alcune
settimane senza che Elena si facesse sentire. Infine presi la
decisione di telefonarle, trasgredendo alla promessa che le avevo
fatto, ma al suo telefono non rispondeva mai nessuno. Una sera una
voce femminile si fece viva all'altro capo del filo. - Ciao, Elena
Sono Marco come stai? - Non sono Elena, sono la madre. Elena non c'è
più... Elena è morta. Elena si era tolta la vita gettandosi dal
balcone della propria abitazione pochi giorni dopo essere stata
dimessa dall'ospedale.
|