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LA BLUE GIRL

 
 
 

 

 

 
 

 

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LA TOILETTE

 

 

I nostri passi risuonavano secchi sul porfido mentre arrancavamo per una delle stradine che portavano alla sommità della collina. Avevamo già passato l'abbazia benedettina di Saint Pierre ma il mio amico non accennava a fermarsi. Eppure credevo che fossimo arrivati fin lì per visitare proprio l'abbazia. Un cielo grigio, carico di nuvole, incombeva sopra di noi, garantendo pioggia senza ombra di dubbio: tutt'intorno non vedevo posti dove ripararsi, quei vicoli non offirvano che squallidi locali, sulla soglia donne volgari e poco vestite occhieggiavano ambigue ed invitanti. Ansimavo, e non riuscivo a tenere il passo del mio compagno, che tuttavia non rallentava, ma anzi, continuava a cambiare direzione improvvisamente, infilandosi in vicoli sempre più stretti, senza smettere di parlare l'italiano nasale e biascicato di tutti i francesi. - Una leggenda narra che Saint Denis, vescovo di Parigi del terzo secolo, fu martirizzato ai piedi di questa collina. Gli tagliarono la testa di netto...zac! E lui che ti fa? Prende la propria testa per i capelli e si mette a camminare. Sì, hai capito bene, scala il pendio...immaginati la scena...questo omone, decapitato, con la veste sporca di sangue, il braccio teso che regge la testa per i capelli. E, un passo per volta, ovviamente barcollando, si arrampica fino ad arrivare in cima alla collina, e solo una volta arrivato si ferma e si rivolge ai fedeli colmi di stupore e ai soldati che lo avevano ucciso, naturalmente terrorizzati e confusi...brrrr...e infine consegna la sua testa alla giovane e bella Catulla! Beh, da quel momento il colle fu chiamato Mons Martyrum... - Ho capito, ho capito: il monte del martirio... - Non proprio, mon chèr: "martyr, martyris"...è di terza. Quindi martyrum significa "dei martiri". Monte dei Martiri...da cui Montmartre; comunque avevi capito il senso. D'altra parte, non dovrà essere certo un francese ad insegnare il latino ad un italiano, no? - Insomma, Pierre-Marie, mi hai fatto scarpinare fino a qui solo per ascoltare una leggenda sanguinolenta? Mi piaceva così tanto stare sul lungo fiume, a curiosare fra le bancarelle, o seduto nei bistrot. Stavo trovando l'ispirazione per qualche inquadratura... - Appunto, appunto! Fidati di me: qui puoi trovare l'ispirazione molto meglio che non sur la rive gauche. Ho visto qialcuno dei tuoi dagherrotipi...belli, mi piacciono, sia chiaro: hanno stile. Però sono sempre troppo...troppo...voilà, troppo freddi. - Freddi? - Sì...lasciami spiegare: le tue immagini sono sempre così altere, lineari...non c'è mai una figura umana...manca la passione, il calore, la vita capisci? - Ma che c'entra? Non è portandomi in queste vie piene di puttane che mi farai trovare l'ispirazione...o forse pensi che potranno scaldare le mie foto con il loro..."calore umano"? - Pourquoi non? Perchè no, dico io? Non saranno certo quei caricaturisti da strapazzo, con i loro carboncini stilizzati a dare un'anima alle tue opere, a insegnarti qualcosa! Guarda queste donne...ma guardale bene, lasciandoti alle spalle le tue prevenzioni borghesi di milanese cresciuto all'ombra della...come la chiamate voi? La madunina, certo! Pierre-Marie mi prese per un braccio e mi attirò a sè, avvicinando la sua guancia alla mia e invitandomi a guardare nella sua stessa direzione. - Ecco...per esempio, guarda quella...lì, davanti a quella casa azzurra. Non ti scalda nemmeno un po'? - Sì, certo...decisamente seducente, ma... - Santo cielo, come sei formale...a me sfuoca come se fossi un bosco d'estate! Capelli color del miele e occhi celesti...fai come vuoi, resta qui: io entro. - Ma sei impazzito? Entrare "qui"? - Fai-come-vuoi, mon ami. Io entro. E non credere che sia così strano passare qualche ora "qui", sai? Per tua informazione ce ne sono molti, di personaggi che tu sei solito definire rispettabili che amano intrattenersi con queste signorine...ah, oui, il y en a beaucoup, ici! E visto che ti atteggi ad artista, non dovresti disdegnare una visita in un bordello. Da Caravaggio in poi, arte e puttane vanno a braccetto. E probabilmente anche prima! Solo che prima...non si diceva! - Ma per favore! - Coraggio, entriamo...che magari ti dimentichi della tua graziosissima Margherita... - Margherita? Ma come... - A proposito...come mai non l'hai portata con te? Vieni a Parigi e la lasci a Milano tutta sola? Strano... - Lascia perdere, Pierre-Marie, lascia perdere: è una storia complicata. Ormai eravamo davanti alla casa azzurra, e la ragazza che stava sull'uscio ci guardava arricciando la bocca lucida e rossa come una ciliegia. Si scostò ed entrammo. Dentro era decisamente meno squallido di come mi ero immaginato. I pavimenti in legno grezzo erano coperti di tappeti, e le pareti di arazzi di buona fattura; in mezzo alla stanza principale tavoli e poltrone in vimini, e sul lato lungo un grosso banco di legno appoggiato al quale alcuni uomini bevevano champagne. Si udivano risate e chiacchere che si mescolavano con la musica di un quartetto di suonatori abbastanza affiatati. Le ragazze sedevano sulle poltrone, altre volte in braccio a signori dal portamento elegante che porgevano loro sigarette, cioccolatini e coppe di champagne. E ridevano con loro, mentre le loro mani si infilavano sotto le gonne o nelle scollature delle donnine. L'atmosfera era tutto sommato festosa e sembrava che quelle persone si divertissero a conversare molto più di quelle che partecipavano ad alcune feste che organizzavo insieme a Margherita nei saloni del mio elegante palazzo nei dintorni di Sant'Ambrogio. Il colore rosso dominava ogni cosa, variando in sfumature che arrivavano fino al rosa per poi concentrarsi e incupirsi nei tendaggi. Non riuscivo a contare quante donne ci fossero all'interno della casa, forse venti, forse di più. Entravano e uscivano di frequente da tre porte che conducevano ad altri locali. Pierre-Marie si avvicinò sorridendo per porgermi un calice di champagne. - Tieni. Non è propriamente ghiacciato, ma è buono. Sorseggiai, senza smettere di guardarmi intorno. Gran parte delle mie prevenzioni erano già svanite. Un profumo indefinibile di essenze orientali, candele, incenso, sesso di femmina, tabacco, sudore e pelle di ragazza si mescolava trasformandosi in una fragranza inconfondibile e sicuramente eccitante. Avevo voglia di continuare la mia scoperta di quel luogo. Ero contento di aver ceduto alle insistenze del mio amico. - Che c'è di là? - chiesi a Pierre. - Altre stanze e le camere per ritirarsi con le ragazze. Guarda tu stesso! Oltrepassai la porta ed entrai in un salone più piccolo e luminoso. Il blu era il colore dominante, qui: tutti i toni del blu si mescolavano in una vertigine cromatica rassicurante. La stanza era divisa in due da una pedana in legno di una decina di centimetri che ne sollevava la metà. Sulla pedana, come nella stanza precedente, un divano in vimini, una poltrona, un kilim azzurro. Seduto alla poltrona un nano. Un nano dall'aspetto grottesco e allo stesso tempo importante, come se il suo fragile aspetto fisico non intaccasse l'autorevolezza della sua persona e la nobiltà dei suoi modi. Teneva un piccolo bastone da passeggio accanto a sè. Si lisciava placidamente la barba nera, mentre davanti a lui una ragazza giovane e inquietantemente bella si muoveva accompagnando con mosse fluide e armoniose la musica che proveniva dall'ingresso. Intorno ai due, che si scrutavano come se fossero soli non dico nella stanza, ma addirittura in tutta la città, alcune ragazze e pochi uomini osservavano la scena, morbosamente incuriositi. - Chi è il nano? Pierre-Marie si arruffò i capelli rossicci, affilò lo sguardo e mormorò: - Un pittore: Henri de Toulouse-qualcosa...Lutèce...Lautrec. Toulouse- Lautrec, ecco. E' ricco, molto ricco...e di nobili origini, pare. Quando non è qui, lo puoi trovare al Moulin Rouge, a sbavare per le ballerine di can-can, o in qualche altro locale allegro. - Viene qui per trovare l'ispirazione? - Esattamente: cosa ti dicevo? Dicono che venga qui spesso, e che spesso non combini niente con le ragazze. Solo, ama ritrarle. I suoi dipinti stanno diventando molto famosi, qui a Parigi. - E la ragazza? - Bella vero? Qui si fa chiamare Azalée...ma non sono nemmeno sicuro che sia il suo vero nome. D'altronde, che importanza vuoi che abbia? E non aveva importanza davvero: era di una bellezza radiosa. Gli occhi avevano il colore delle foglie d'autunno, e i capelli ramati le scendevano a ciocche sulle spalle nude, mentre il resto era raccolto in uno chignon. La pelle candida rifletteva l'azzurro delle pareti, le labbra rosa e carnose invitavano a baciarla. Sembrava una ragazzina e forse lo era. Nessuno chiedeva quanti anni avessero le donne che lavoravano lì. Azalée si era abbassata l'abito azzurro fino alla vita, scoprendosi il seno che ora oscillava piano. Il pittore, afferrato il bastone da passeggio lo aveva allungato verso Azaléee e le sollevava lentamente la gonna, mostrando le gambe sottili ed agili, fasciate da pesanti calze nere che si fermavano a metà delle cosce. Mentre sbirciavo la pallida pelle lasciata scoperta dalle calze, sperando che questo gioco continuasse e che la gonna di Azalée salisse ancora, si avvicinò a me una ragazza magra, pallida e dall'aspetto malaticcio. I capelli neri e lisci le incorniciavano il volto dove spiccavano due occhi nerissimi e appuntiti come spilli, e una bocca carnosa e rossa, davvero rossa, unica macchia di colore in quel viso cereo. - Perchè ti accontenti di guardare, quando con me puoi fare tutto? Il pittore giocava a sollevare ed abbassare maliziosamente i lembi del vestito della ragazza, suscitando risatine e urletti nel piccolo pubblico raccoltosi intorno a loro. Azalée si puntellava sulle dita dei piedi, tenendo le gambe leggermente flesse e divaricate e lasciava giocare il nano a quell'ingenuo gioco. Volsi lo sguardo alla ragazza che mi si era avvicinata, e ammisi fra me e me che nella sua magrezza vi era un qualcosa di davvero eccitante, una fragilità indifesa che spesso piace agli uomini. - Come ti chiami? - Claudette - disse arricciando la bocca - c'è una stanza per noi, là in fondo. Ingollai lo champagne rimasto nel calice e mi lasciai tirare verso il corridoio. La stanza era piccola, spoglia, con una brutta tappezzeria alle pareti, un piccolo tavolino con fiori quasi appassiti e una finestra con tendine rosa. Fuori, sotto, si stendeva la città: riuscivo persino a vedere quel bizzarro monumento a forma di triangolo eretto sette anni prima da quel megalomane dell'ingegner Eiffel,divertitosi a turbare la linearità del Lungosenna. Mi sedetti sul letto e mi spogliai in silenzio. Claudette si denudò davanti a me: aveva cosce magre, polpacci sottili, un seno minuscolo con dei capezzoli ritti per il freddo; era così magra che potevo contare le costole sotto la pelle trasparente. Eppure era seducente e mi sembrava quasi bella. I lineamenti erano quasi orientali, adesso che la guardavo con attenzione; e i suoi modi erano docili e gentili. Inoltre la curva del suo culo mi piaceva come il vello di pelo nerissimo che le copriva il monte di venere. Allungai una mano e lo accarezzai e questo la incoraggiò ad avvicinarsi. Si inginocchiò fra le mie gambe e mi spinse delicatamente indietro. Poi aderì al mio corpo, annusandomi il collo per poi scendere lentamente, strisciando lubricamente fino a trovarsi con la bocca sul mio sesso. Lo spettacolo di Azalée denudata dal pittore mi aveva già eccitato e la pressione dei capezzoli di Claudette avevano completato l'opera. Le labbra della ragazza si muovevano bene lungo il mio cazzo, e ad occhi chiusi mi godevo quest'ottimo lavoro. Nel buio della mia mente, concentrata sui segnali che mi arrivavano dall'inguine, passavano rapide le immagini di Azalée, il suo seno tondo che dondolava al ritmo della danza, le sue cosce scoperte, la sua bocca socchiusa in un ambiguo invito rivolto al nano, gli occhi dalle lunghe ciglia e le ciocche di capelli che giravano dietro alle orecchie. Improvvisamente fui assalito come una lama da un senso di colpa verso Margherita, ma il senso di colpa fu immediatamente sostituito da un'immagine sorprendentemente robusta e vivida, di mia moglie posseduta al contempo da tre uomini che non conoscevo; questi uomini la accarezzavano con insistenza, se la passavano dall'uno all'altro come una grossa bambola di carne e insinuavano i loro sessi turgidi in tutte le cavità e orifizi del suo corpo: invece di spaventarmi o scandalizzarmi, la cosa mi eccitò ancora di più. Mi ripresi dalle mie fantasie perchè Claudette stava tossendo goffamente mentre ingoiava i getti del mio sperma, cercando di continuare a pompare vigorosamente senza soffocare. Un filo di bava mista a seme le colava all'angolo della bocca, rigando la guancia cerea. La presi per i capelli, tirandola rudemente a me e la tenni stretta sul petto, ascoltando il suo respiro affannoso. Tornai nella stanza blu, cercando fra le ragazze e i clienti il mio amico Pierre-Marie. Questi giunse alle mie spalle e mi bisbigliò con tono beffardo: - Vedo che stai cercando con determinazione la tua ispirazione! - Può darsi. - Claudette ha un fascino particolare, n'est-ce pas? Chissà perchè a certi uomini piacciono le donne dall'aspetto fragile? - non so risponderti. Forse quell'austriaco tanto interessato alle pieghe della mente umana potrebbe darti la risposta, amico mio - gli risposi, ma la mia attenzione era già attratta da ciò che succedeva sulla pedana. Azalée si era seduta e riposava dopo la danza, con le gambe leggermente divaricate ed i gomiti appoggiati alle ginocchia; la gonna, arricciata sul ventre, lasciava scoperta una coscia. Il nano non l'aveva denudata più di quanto fosse al momento in cui me ne ero andato con Claudette. Solo, ora le si era posto alle spalle e stava ritraendola, così com'era. In silenzio, cercando di non farmi notare, mi spostai in modo da poter osservare il lavoro. Numerose pennellate di azzurro, date disordinatamente ma con mano sicura, definivano il movimento ed il volume dell'abito di Azalée, i riflessi delle pareti sulla sua pelle candida e sul legno del pavimento. I soli colori che interrompevano la soluzione di continuità delle sfumature azzurre erano quelle rossastre e ramate dei capelli della ragazza. - Da quanto sta dipingendo? - chiesi d'istinto al mio amico. - Bah...saranno venti minuti, ha iniziato dopo poco che sei entrato in camera. Accanto a me si sporgeva un uomo magro e smilzo, con i capelli tagliati a spazzola e un paio di baffi sottili e biondicci. Doveva essere un tedesco. Anzi, lo era sicuramente. Aveva uno sguardo allusivo che imprimeva al suo volto un'espressione irritante. Cercava di farsi largo e sbirciava anch'egli il lavoro del nano, ma sembrava decisamente meno impressionato di me. - Quelle bètise, che grossa sciocchezza - mormorò - quella ragazza ha due tette fantastiche e lui la ritrae di schiena. Qual'è la ragione? Elusi il suo sguardo interrogativo, infastidito da tanta materialità al cospetto di qualcosa che io trovavo oggettivamente bello. Ma nel silenzio ammirato di tutti i presenti rimbombò la voce del nano che, senza smettere di stendere il colore, esclamò: - La pittura è come la merda: si sente, non si spiega.
 

 

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