| Julienne Correva l'anno 1593,
mese di Gennaio, quando mi presentai al Castello di Fontainebleau,
palazzo reale situato a sudest di Parigi, presso la Senna. Ero stato
ingaggiato per una serie di ritratti, e la cosa mi aveva inorgoglito
e meravigliato. Il motivo dell'orgoglio è ovvio, e non vale la pena
di spiegarlo. La meraviglia, invece, dipendeva dal fatto che io non
ero così famoso come altri miei colleghi, anch'essi pittori
italiani, che mi avevano preceduto in Francia. Parlo di Rosso
Fiorentino, che era arrivato da queste parti circa 60 anni prima da
Venezia, allorché il re di allora, Francesco Primo, innamorato
dell'arte italiana, lo ebbe invitato a corte dietro suggerimento di
Pietro Aretino per decorare il castello. Oppure parlo di Francesco
Primaticcio, che era arrivato due anni dopo Rosso Fiorentino,
raccomandato da Federico Gonzaga in persona, signore di Mantova, che
lo aveva voluto insieme a Giulio Romano per riempire di affreschi
Palazzo Te e che in tale frangente aveva avuto modo di ammirarne la
maestria. A quel tempo il palazzo reale di Fontainebleau non era
stato altro che un capannone di caccia, ma Francesco Primo volle
trasformarlo in residenza reale e per farlo chiamò, a partire
dall'autunno del 1527, i migliori artisti dell'epoca, soprattutto
italiani. Quindi con grande emozione, quella mattina, scesi dalla
carrozza proprio davanti al castello. Avevo in mente il giudizio
negativo del Cellini che, criticando la mancanza di un progetto
unitario, aveva definito il palazzo di corte "mala maniera franciosa";
tuttavia ebbi modo di ricredermi. Il valore degli artisti che mi
avevano preceduto era tanto e tale che il castello apparve
meraviglioso ai miei occhi di artista. A distanza di più di mezzo
secolo, la buona fama di cui godevano i pittori italiani era rimasta
pressoché intatta, e di ciò potei beneficiarmi io, Gerardo
Armagnuolo, detto il Cavallo, nel prendere servizio alla corte di
Henri IV, da circa 4 anni nuovo re di Francia. Il palazzo era
circondato da un magnifico parco ed aveva di fronte un ampio lago
artificale. Ero atteso da un intendente di corte che esaminò i miei
documenti e mi dette il benvenuto. Poi venni accompagnato presso una
costruzione limitrofa, dove alloggiavano anche altri pittori. Ero
rimasto leggermente deluso; certo non potevo pretendere di essere
ricevuto dal re in persona, oppure dalla regina Margherita, però
avevo fantasticato in merito ad un'accoglienza più prestigiosa. In
ogni caso, così ebbe inizio la storia, rigorosamente vera, che mi
appresto a raccontare. Ero arrivato da poco quando conobbi Julienne.
Passeggiavo per il parco quando la incontrai. Venne decisa verso di
me, dopo aver abbandonato un altro gruppo di persone: "Tu sei il
nuovo pittore italiano?" Era vestita piuttosto elegantemente ed
emanava un buon profumo, ed era molto giovane. Conoscevo un pochino
il francese e quindi mi inchinai, cercando di apparire galante:
"Gerardo Armagnuolo, per servirla, madame." Lei allargò un ventaglio
variopinto. "Julienne d'Estrée" si presentò. "Sai chi sono?" "Julienne
d'Estrée" ripetei. Rise. "Molto spiritoso. Ma io, al contrario, so
molto di te." "Davvero, madame? Cosa?" Nel frattempo ci eravamo
incamminati lungo un prato, sino a giungere al limitare di un
boschetto. "Per esempio, che sei soprannominato il Cavallo" rispose.
"Sciocchezze di alcuni amici italiani" spiegai, allargando le
braccia. "Invece qua è arrivata la fama di un pittore abile con il
pennello, ma anche quella di un uomo molto dotato con..." Fece una
pausa, mordicchiandosi le labbra. "Con l'altro pennello" concluse. A
dispetto della giovane età, quella fanciulla si stava comportando
come una baldracca navigata. "Preferirei essere giudicato solo per
le mie virtù artistiche" affermai. Probabilmente Julienne aveva
studiato ogni passo: ora eravamo abbastanza appartati, all'interno
del piccolo bosco. "Qua in Francia si sostiene che gli italiani lo
facciano meglio" disse mettendomi una mano sull'inguine. "Avanti,
tiralo fuori e fammi vedere se tanta fama è giustificata." "Ma...
madame!" esclamai. "Potrebbe vederci qualcuno." "Qualcuno? Ma qui
intorno è pieno di gente che fornica, Cavallo mio. Chi vuoi che si
curi di noi due?" Si inginocchiò e slacciò i miei calzoni. Sgranò
gli occhi quando il mio membro le si parò avanti, parzialmente
eretto. "Oh mmio dddio!" esclamò. "Mi sembra impossibile che sia
tutto di carne." Carezzò il mio scroto. "E queste bisacce..."
mormorò incredula. "Mmmio dddio" disse di nuovo, "qua c'è veramente
da scialare. Ma siete tutti così, in Italia?" "Madame, non saprei.
Io sono così." Impugnò il cazzo con entrambe le mani ed alzò lo
sguardo: "Con tanta materia prima, sarai un amatore instancabile."
Non feci in tempo a rispondere che stava già tentando di ficcarsi il
mio cazzo in bocca. Impresa non facile, viste le dimensioni,
tuttavia avevo già notato parecchie volte quanto fosse elastica la
bocca di una donna, seconda solo alla loro vagina. Cominciò a
succhiare come neanche nei migliori postriboli. Il mio pennellone si
indurì il giusto e dopo un certo lasso di tempo, inondai la sua gola
di bianco colore. Naturalmente rischiò un principio di soffocamento.
Tossì più volte piegata in due, ed io dovetti abbracciarla per
conforto e darle delicati colpetti sulla schiena. Quando si ebbe
ripresa, disse: "I francesi sparano un paio di goccette, non ero
preparata a questo allagamento." Si toccò la gola. "Vieni domani
presso il mio appartamento reale, voglio un ritratto da te." Mentre
se ne stava andando a passi veloci, le gridai dietro: "A che ora,
madame?" "Verso l'ora di pranzo" rispose. "E non dimenticarti il
pennello." Il giorno dopo venni accompagnato da una garzoncella di
nome Lisa. "Sai chi è Julienne d'Estrée?" mi chiese mentre
attraversavamo un salone pieno di specchi. "So solo che si chiama
così" risposi. Ammiccò con gli occhi. "Be', lo scoprirai presto. No,
non di là" avvertì. Stavo per sbagliare direzione. "Di là ci sono
gli appartamenti reali." "Il re e la regina abitano di là?" Sapevo
di apparire piuttosto provinciale, tuttavia non riuscii a togliere
dalla mia voce un'impronta di stupore ed incredulità. Lisa annuì.
"Se non stanno in viaggio" aggiunse. "Ecco, siamo arrivati." Bussò
ad una porta. Riconobbi la voce di Julienne dire: "Avanti!" Lisa si
introdusse con il capo dopo aver socchiuso i battenti. "Duchessa,
c'è il pittore italiano Gerardo Armagnuolo." "Detto il Cavallo"
completò Julienne. "Che si accomodi." Lisa si scostò per lasciarmi
libero il passaggio. "Si accomodi, Cavallo!" esclamò in tono a metà
tra il rispettoso e l'ironico. Entrai nella stanza e subito rimasi
senza fiato, un po' per la bellezza del mobilio e delle stoffe, un
po' per il profumo stordente di cui l'aria era impregnata. "Caro
Cavallo, ho proprio bisogno di una cavalcata" annunciò Julienne. Nel
venirmi incontro la vestaglia che indossava si aprì mostrandomi il
corpo nudo. Appoggiai per terra, imbarazzato, la mia valigetta di
legno contenente i pennelli, i colori ed un paio di tele. Si strinse
a me. "Mangiamo dopo, che ne dici? Scopare stimola l'appetito."
"Qui?" domandai incredulo. "E dove?" ribatté lei. "Sappi che qua
tutti scopano, a partire dal re e la regina. Nessuno farà caso a noi
due... almeno che non vedano il tuo prodigioso pennello" aggiunse.
"In tal caso, stai sicuro che la voce si spargerà in un attimo per
tutto il palazzo, e non avrai più pace." "Ma tu... tu come l'hai
saputo?" domandai, dandole inaspettatamente del tu. Sapete, non è
facile dare del lei ad una donna seminuda, duchessa o no, che ti si
struscia contro e ti fa le fusa come una gatta in calore.
"Recentemente ho fatto un viaggio in Italia" disse, "e sono stata a
Milano. Grande città, saranno almeno centomila abitanti. E grandi
opere d'arte. E parlando del più o del meno..." "E' per questo che
sono stato invitato a corte?" domandai sospettoso. "Sei stata tu a
proporre il mio nominativo?" "E che male c'è?" cinguettò battendo le
palpebre. "Ma almeno" dissi scostandola un po', "hai visto qualche
mio dipinto?" Sì, ne aveva visti alcuni. Ciò mi tranquillizzò. Non
avrei gradito l'idea di essere apprezzato solo per le mie doti
fisiche. "E quindi" conclusi, "tu sei una duchessa." "Duchessa di
Villars" confermò. "Ma non ti preoccupare, ho la fica esattamente
come tutte le altre battone che stanno in questo palazzo." Si gettò
con entusiasmo sul letto ed allargò le gambe. "Et voilà!" esclamò
tenendosi le ginocchia con le mani. Tirò le gambe indietro per
mostrare le zone solitamente più nascoste. "Nitrisci, Cavallo!"
ordinò. "Scegli pure il buco!" Naturalmente, per non sbagliare, li
scelsi entrambi, non ricordo se prima quello naturale e dopo quello
contro natura o viceversa. Fu solo l'inizio di una innumerevole
serie di scopate che feci con Julienne fino alla fine di Febbraio.
Di solito la giornata cominciava la mattina, con abbonante
colazione, offerta dal re, e conseguente scopata. Quindi dipingevo
pigramente un quadro che la ritraeva seduta. Poi pranzavamo ed era
la parte più divertente della giornata: Julienne era veramente una
donna fantasiosa e perversa. Spesso pretendeva che le ficcassi nella
fica il cibo prima di mangiarlo: "Vedrai, è più buono" mi diceva.
"Lo fa anche il re!" "Be', se lo fa lui..." rispondevo. Un bel di'
le chiesi: "Ma come fai a sapere tutte queste cose intime sul re?"
Rispose con una grossa risata. "Ti presenterò mia sorella" disse.
"Gabrielle. È lei che sa tutte queste cose." 2. Gabrielle "Un uomo
chiamato Cavallo" motteggiò Gabrielle. Si era fatta trovare
nell'appartamento della sorella, Julienne, ufficialmente per
complimentarsi per il quadro, che ormai era finito ed era stato
persino incorniciato dalla falegnameria di corte, ma in realtà per
conoscere me. Infatti Julienne le aveva descritto le mie
straordinarie virtù e Gabrielle era impazzita dalla voglia di
verificare di persona. Del resto io e lei eravamo pari, perché anche
a me Julienne aveva raccontato parecchie cose sul suo conto. Circa
tre anni prima il re si era recato a far visita al marchese di
Coevres, Antoine d'Estreés, e lì aveva incontrato Gabrielle, che
viveva in un castello insieme al padre. Sua maestà si era invaghito
follemente di quella fanciulla dalla carnagione candida, bionda e
con gli occhi azzurri. Gabrielle, che era una autentica zoccola come
la sorella, non esitò a lavorare di bocca e di bacino pur di
omaggiare il re che, sessualmente parlando, era piuttosto tediato
dalla regina Margherita. Così, giusto per salvare le apparenze,
organizzò un finto matrimonio con un certo Damerval de Liancourt.
"Un finocchio, praticamente" lo definì Gabrielle. In realtà, come
già detto, si era trattato di un matrimonio organizzato da Henri IV
solo per salvare le apparenze ed allontanare Gabrielle dal padre.
Immediatamente il matrimonio fallì, i due si separarono, e Gabrielle
venne chiamata a corte, preferita del re. Venne immediatamente
soprannominata "Gabrielle la Belle", ed era veramente bella. Quando
la conobbi io era una puttanaccia ancora più scatenata della pur
sconvolgente Julienne, ed è tutto dire. "Il quadro è bellissimo"
disse senza guardarlo, ma fissando il mio inguine. "Vediamo ora il
pennello." Scoppiò in una fragorosa risata, subito imitata da
Julienne. "Così, su due piedi, senza dipingere?" chiesi sentendomi
molto stupido. Gabrielle agitò il ventaglio con fare imperioso: "Giù
le braghe!" ordinò. Anche se non era lei la regina, si comportava
come tale, e questo suo modo di fare le aveva procurato alcune
antipatie a corte. Ma non se ne preoccupava: era lei quella che si
scopava il re, no? Quindi l'altra regina, quella vera, era solo una
formalità, mentre le attenzioni del re erano tutte per lei, la
mignotta preferita tra tutte le altre mignotte che affollavano il
palazzo. "E poiché sono la mignotta più importante, voglio essere la
prima a vedere questa meraviglia di uccello" spiegò. "A parte la mia
sorellina, che ha già gustato abbastanza. Ma la perdono!" "Grazie,
sorellina!" cinguettò Julienne. "Certo nostro padre può essere
orgoglioso di noi, Julienne. Zoccole ad un livello sì alto."
"Mignotte reali, Gabrielle." "Gli darò un figlio, a quel bisonte,
così sarà contento, Julienne." "Contento e cornuto, Gabrielle." "Ma
lui mi ama davvero, Julienne." "Anche tu, no, Gabrielle? In cambio
della tua passera sta regalando titoli nobiliari a iosa a tutti i
membri della famiglia, e tu sei l'unica che lavora. Con la fica,
Gabrielle." "Basta, smettetela tutte e due!" intimai. "Mi state
facendo morire dal ridere. Basta, vi prego!" Il silenziò calò solo
allorquando calai le braghe e tolsi la museruola alla mia bestia.
Apparve in tutto il suo splendore, non completamente turgida ma
comunque significativa nella sua sfrontatezza. "Che martello! E che
bisacce!" esclamò Gabrielle, stupita. "Non mi avevi detto tutta la
verità, Julienne. Mi avevi parlato di un attrezzo formidabile, ma
questo che vedo è davvero soprannaturale, sembra sfidare la natura a
voler stare col fronte così alto, e fiero, e... e..." Non le
venivano più le parole giuste, povera Gabrielle. Ed allora, perché
sprecare la bocca per farne uscire favelle, quando lo stesso organo
poteva essere usato per suggere il latte maschile? Si inginocchiò al
mio cospetto come neanche di fronte al re era solita fare, ed a
labbra chiuse baciò la cappella. Fu solo la prima di una lunga serie
di scopate con lei, e con Julienne, a volte separatamente, altre
volte insieme. Mi raccontarono che il re, stanco dei buffoni che
replicavano sempre le stesse barzellette, e stanco dei giocolieri
che replicavano sempre le stesse acrobazie, soprattutto nel periodo
estivo, aveva istituito un divertimento privato vietato ai minorenni
che iniziava solo a tarda serata. Si faceva condurre in camera
Gabrielle, ed un'altra donna, e le faceva giocare tra loro prima di
introdurre il regio cazzo in una delle due, oppure in entrambe. La
regina Margot, in quei frangenti, se ne stava dignitosamente in
disparte. Sembra che giustificasse, almeno a parole, l'operato del
marito, dicendo che l'uomo è uomo, che si deve poter divertire
facendo con le zoccole ciò che non può fare con la moglie, per
rispetto. Sta di fatto che Henri IV ciulava a più non posso con
Gabrielle, ed in compenso l'aveva nominata Marchesa di Monceaux,
Duchessa di Beaufort, Duchessa di Verneuil ed anche di Etampes. Una
carriera non male per la ventitreenne puttanona. Ottenni una
commissione per un quadro che la ritraeva in posa solenne. Ma
naturalmente il quadro era solo un pretesto per incontrarmi tutti i
giorni, e trombare a più non posso. Spesse volte mi diceva: "Caro il
mio Cavallo, oggi per te è uno spettacolo da re!" Si metteva quindi
a lesbicare con la sorella, ma si capiva lontano un miglio che, per
loro, il divertimento non era quello di lesbicare, ma di gustare le
mie reazioni. Quando si ponevano l'una di sghimbescio rispetto
all'altra leccandosi le rispettive fiche, il mio membro lacerava la
stoffa dei calzoni, tanta era l'eccitazione che mi prendeva. Solo
dopo che ciò era successo smettevano da sole e correvano verso di me
emettendo gridolini di gioia e di meraviglia. "Il tuo pennello che
si alza regolarmente, tutti i giorni, è come il sorgere del sole"
disse una volta Gabrielle, in piena enfasi creativa. "E' come la
certezza che un nuovo meraviglioso giorno ci attende!" "Bella
poesia, Gabrielle" commentò Julienne. "Grazie, Julienne." "Di
niente, Gabrielle." Tra un'orgetta e l'altra, pigramente portavo
avanti il quadro, la mia seconda opera in terra francese. Negli anni
successivi, accaddero alcune cose importanti, di cui si ebbe eco
persino a corte, dove di solito non si pensava ad altro se non
mangiare, scopare, e vivere allegramente. Una vera pacchia! Ebbene,
tutto sommato il re si era dato da fare, ed aveva combinato qualcosa
di buono. La Francia vera, non quella di corte dove si respirava
un'atmosfera del tutto particolare, era da molto tempo in preda ad
una feroce lotta intestina tra il partito degli Ugonotti, che erano
protestanti calvinisti, ed i cattolici. Tale guerra era arrivata al
punto tale che dopo il matrimonio tra Margherita di Valois,
cattolica e sorella del re di allora, ed Enrico di Navarra,
ugonotto, ci era stato un massacro perpetrato dai cattolici in cui
migliaia di Ugonotti erano stati uccisi. "Era il 24 agosto 1572,
giorno di San Bartolomeo" mi raccontò Lisa, che era la mia fonte
ufficiale di notizie. Non l'avevo trombata, eppure avevo stretto con
lei un'importante amicizia, scoprendo una mente sveglia ed acuta.
Certo, non era raffinatamente volgare come le sorelle d'Estrée,
eppure aveva delle idee interessanti e sembrava conoscere bene le
vicende della monarchia. "Un terzo dei nobili erano e sono Ugonotti"
spiegò, "mentre la maggior parte del popolo era cattolico. Questo la
regina Caterina, cattolica, lo sapeva. Il suo matrimonio col re
Henri IV, ugonotto, fu disapprovato negli ambienti cattolici." Le
avevo promesso un ritratto, per cui le dissi: "Interessante. Ma non
ti muovere troppo." Eravamo nella mia stanza poiché lei, che faceva
parte della servitù, non aveva un appartamento, ma dormiva in
camerata con altre domestiche. La regina Caterina, che era quella
che comandava veramente, aveva deciso di far uccidere tutti gli
Ugonotti. L'impresa era riuscita perfettamente al punto che nella
sola Parigi ne erano stati massacrati quattromila. "La testa del
loro capo, l'ammiraglio Coligny" narrò Lisa, rabbrividendo, "fu
mandata in dono al Papa, che rispose donando al re una rosa d'oro e
facendo coniare una medaglia commemorativa." Rimasi col pennello,
quello vero, a mezz'aria. "Alla faccia del cazzo" commentai.
Tornando ai nostri tempi, il buon Henri IV, tra un'orgia e l'altra,
cercò di mettere le cose a posto. Il 25 luglio 1593, pochi mesi dopo
il mio arrivo a corte, nella basilica di Saint- Denis abiurò
solennemente il protestantesimo, abbracciando ufficialmente la fede
cattolica. Il paraculo non lo fece per motivi spirituali,
ovviamente, ma per ragioni politiche. "Ai suoi collaboratori più
stretti ha detto: Parigi val bene una messa" raccontò Lisa. "Parigi
val bene una messa" ripetei assorto. "Bah!" 3. Henriette Scopa che
ti scopa, Gabrielle rimase incinta. "Davvero, non so se è lui il
padre o sei tu" disse scoppiando a ridere nel suo modo
caratteristico. "Ma lui è convinto che il figlio sia suo, non sa
nulla di te e della tua natura equina." Mio malgrado sorrisi. L'idea
che il figlio potesse essere mio non mi piaceva. E se Henri IV lo
fosse venuto a sapere? Come avrebbe reagito, il re? Temevo la
spontaneità di Gabrielle, che raccontava tutto a tutti. Inoltre,
anche se la corte era molto corrotta ed ognuno si faceva i cazzacci
suoi, non potevano non aver notato che, ritratti o no, io Julienne e
Gabrielle stavamo spesso chiusi insieme, nella stessa stanza, a fare
bagordi con cibo e sesso. Era il 28 febbraio 1594. La gravidanza era
in atto ormai da cinque mesi ed un altro membro si aggiunse alla
nostra combriccola: Henriette de Balzac d'Entragues. Costei era una
fanciulla dal viso ovale e grazioso, i capelli scuri. Non capii bene
come era capitata a palazzo, fatto sta che mi diede l'impressione di
essere un tipetto piuttosto ambizioso. "E' la Marchesa di Verneuil"
precisò Gabrielle. Stetti per dire: "Un'altra zoccolona", ma
fortunatamente mi trattenni. Mi inchinai e mi presentai alla nuova
arrivata: "Gerardo Armagnuolo, pittore italiano." "Detto il Cavallo"
aggiunse prontamente Henriette, maliziosa. "Sai" disse Julienne, "Henriette
è diventata nostra amica, e le abbiamo confidato la meravigliosa
creatura che si propaga dal tuo ventre." "Me ne hanno parlato con
toni entusiastici, altroché" disse la marchesa. "Ed anche volendoci
mettere un po' di tara, mi hanno descritto una così meravigliosa
bestia che davvero non vedo l'ora di metterla alla prova." "Allora
forza, datevi da fare!" disse Gabrielle alle altre due. Lei sedette
accanto a me, una mano tra le mie cosce. Da quando era in dolce
attesa, le sue prestazioni erotiche si erano diradate, sino a
cessare del tutto. Non capii bene se era la natura umana e materna a
causare un simile comportamento, oppure se era la semplice paura che
un arnese divaricante come il mio membro potesse complicare la
gravidanza. Fatto sta che era diventata quasi casta, limitandosi a
qualche palpatina, qualche occhiata, al massimo si faceva schizzare
un po' di roba sul seno, "perché fa bene alla pelle." Insomma,
sempre puttana, ma con molta moderazione. Ne aveva beneficiato
Julienne, che negli ultimi tempi sembrava preferire prenderlo nel
culo piuttosto che negli altri posti. "Lì lo sento meglio, è
tremendo!" era solita spiegare. Io, povero pittore, cosa potevo
fare? Intingevo il pennello dove le clienti chiedevano. C'erano un
sacco di altre donne a palazzo, tutte troie navigate, ma le sorelle
d'Estrée avevano una sorta di esclusiva sulle mie prestazioni, che
non volevano condividere con nessun'altra, a parte Henriette che,
non so per quale motivo, era entrata nelle loro grazie. Aderendo
all'invito di Gabrielle, Henriette e Julienne si denudarono
completamente e salirono sul letto. Al solo pensiero di ciò che
stava per accadere, quella parte di me che si chiamava Cavallo nitrì
furiosamente e scalpitò con gli zoccoli, puledro imbizzarrito.
"Vediamo se riuscite a fargli lacerare la stoffa dei calzoni"
propose Gabrielle. Quella era la parte che più odiavo. Avrei
preferito di gran lunga allentare le briglie e far volare libero
l'uccello, piuttosto che ridurmi a fenomeno da baraccone. Ma
sembrava che quelle femmine fossero particolarmente orgogliose di
riuscire a farmelo indurire così tanto da lacerare la stoffa dei
miei calzoni, e devo dire che stavo spendendo un sacco di soldi in
quel tipo di vestiario. Per fortuna che le puttanone erano piuttosto
generose con me e quindi potevo permettermi sempre un paio di
pantaloni nuovi. "Sai cosa vuole vedere spesso il re, per
divertirsi?" mi chiese Julienne, che si era messa alla pecorina con
accanto Henriette nella stessa posizione. "No, ti prego, Julienne!"
esclamò Gabrielle, ridendo. Per tutta risposta le due donne
cominciarono a scoreggiare a turno, gareggiando a chi la faceva più
sonora. Potevo vedere distintamente i due buchi di culo allargarsi,
vibrare mentre l'aria usciva, e poi richiudersi imbronciati. "Ma
anche tu hai intrattenuto il re in questa maniera?" domandai a
Gabrielle, che aveva iniziato a massaggiare maliziosamente la coda
del cavallo da sopra la stoffa. "Pensi che io non sappia scoreggiare
anche meglio?" disse. Si inclinò leggermente da una parte sporgendo
le chiappe fuori asse ed emanò un peto talmente forte da
scompigliarmi, quasi, i capelli. Poi scoppiò a ridere in quel modo
che ormai ben conoscevo. Frattanto Julienne si era messa seduta sul
materasso a gambe aperte, mentre Henriette, supina, si era allungata
sino a ficcare la propria testa tra le cosce dell'altra. Vedevo la
lingua di Henriette percorrere il solco tra le labbra e dare abili
colpi al punto più sensibile. "Sì, sì, così!" esclamò Gabrielle
battendo le mani. "Dimmi la verità, cavallo: avresti mai immaginato
di trovare tre femmine così infoiate, a corte?" Feci cenno di no con
la testa. "Il problema è che qui non c'è altro da fare, caro il mio
pittore. Fottere e mangiare, fottere e mangiare e... ah sì, solo
un'altra cosa. Non perdere nessun privilegio, anzi se possibile
acquisirne altri. E se al re, prima di fottere, piace vedere un culo
di donna che scoreggia, noi lo accontentiamo. Che c'è di male?"
Henriette stava continuando a leccare la fica di Julienne, che aveva
iniziato a fremere come fa chi sta provando un piacere
insostenibile. "La sta leccando proprio nel punto migliore" dissi
estasiato a Gabrielle, che però ribatté: "In realtà c'è un punto
ancora migliore, che io ho scoperto masturbandomi, e che nessun uomo
conosce." "Ah sì? E dove starebbe questo punto?" chiesi stupito.
"Non è facile da spiegare, né da trovare" rispose Gabrielle. "Giusto
per dargli un nome, io l'ho chiamato con la mia iniziale, punto G."
Venimmo interrotti da un rumore sgradevole, come quello provocato da
una stoffa che si sta strappando. Le due sul letto cessarono la loro
attività ed emisero gridolini di gioia nel vedere la tela dei
pantaloni lacerata, ed il mio asso di bastoni svettare maestoso
giungendo, in lunghezza, ben oltre il mio ombelico. "Accidenti, mai
soprannome fu più adeguato!" commentò Henriette, che subito
proseguì: "...e che bisacce!" Già, perché Gerardo Armagnuolo detto
il Cavallo si era tirato giù le braghe, le aveva fatte uscire dai
piedi, ed armato solo del suo pennello più prezioso si era lanciato
sul letto in cerca del meritato premio. La prima a soccombere alla
cura del manganello fu la nuova arrivata, Henriette. Glielo sbattei
in fica lungamente sino a fargliela arrossare tutta, mentre Julienne
inutilmente mi sfiorava con le dita tra le natiche sperando di farmi
venire anzitempo. Arrivò sino a leccarmi il buco del culo mentre
scopavo, e giuro che dovetti chiamare a rapporto ogni singola stilla
del mio corpo per riuscire a trattenere il bianco flusso. Per
punizione mi distolsi dal corpo di Henriette e, dopo averla messa a
pecorina, inculai per l'ennesima volta Julienne. Affondai il più
possibile nelle sue viscere sinché non emise un gemito di sconfitta.
Quindi ordinai ad entrambe, dopo essermi ritratto, di finire il
lavoro di bocca, Henriette a sinistra, Julienne a destra, Gabrielle
a battere le mani entusiasta sulla sedia. "Un salame così lungo può
ben essere condiviso!" sentenziò. 4. Gertrude Alla fine, mentre ci
riposavamo spossati, entrò nella stanza la vecchia Gertrude. Era una
donna anziana, che avevo visto già altre volte in quanto assisteva
principalmente Gabrielle lungo il delicato percorso della
gravidanza. Non parlava mai, ed era considerata molto affidabile, e
discreta. Stavo sul letto a pancia in su, con la proboscide
oscenamente estesa anche se moscia, Julienne alla mia sinistra con
la testa sulla mia spalla, Henriette a destra che riposava sul mio
petto, e giocherellava con le bisacce. La vecchia Gertrude
introdusse nella stanza un paiolo di acqua calda montato su ruote,
ed un altro paiolo con acqua fredda. Lanciò uno sguardo
apparentemente distratto, ma ammirato, alla mia artiglieria, quindi
riempì una vasca che era situata nella stanza di Gabrielle,
miscelando con attenzione l'acqua calda con quella fredda per
ottenere una temperatura perfetta. "C'è un cattivo odore, in questa
stanza" commentò solamente, aprendo una finestra quel tanto che
bastava per cambiare aria. Gabrielle si introdusse nella vasca per
un bagno rilassante, seguita subito dopo da sua sorella Julienne. Il
mio occhio di artista notò immediatamente la bellezza della
composizione. Mi alzai repentinamente dal letto, misi in fretta e
furia i calzoni avendo cura di lasciare lo strappo sul retro in modo
da contenere la belva sul davanti, e dipinsi la scena. Julienne,
scherzando, pizzicava i capezzoli turgidi di Gabrielle scherzando
sul fatto che era incinta, ed io così ritrassi le due sorelle,
cogliendole in un momento di gioia, di grazia, di felice ambiguità.
Sullo sfondo ritrassi Gertrude che, discreta come suo solito, non
guardava ma era in attesa di ordini. Più in là di Gertrude, sempre
sullo sfondo, c'era un caminetto con uno specchio sulla cappa che
rifletteva le cosce aperte di Henriette che stava ancora sul letto.
Dipinsi tutto molto fedelmente, tranne inserire un po' di stoffa tra
le gambe di Henriette per rendere il disegno meno osceno, e questo
fu il mio quadro più bello. Passarono i giorni e gli anni,
velocissimi. Il 7 giugno 1594 Gabrielle partorì un bel maschietto.
Lo chiamò César. Per un po' sperai di ritrovarmela tra le braccia,
ma rimase incinta quasi subito e donò al re prima una femminuccia,
che chiamò Catherine Henriette, in onore della sua amica, e poi un
altro maschio, Alexandre, nel 1598. Nello stesso anno, quando ormai
nel palazzo di Fointanebleau mi sentivo come a casa mia, il re Henri
IV promulgò un editto a Nantes in cui proclamava come religione
ufficiale quella cattolica, però concedeva ai protestanti libertà di
culto, sia pure con qualche limitazione. Sistemò qualche altra
faccenduola, tipo firmare la pace con la Spagna, cui aveva
dichiarato guerra nel 1595, ma soprattutto continuò a trombare come
un dannato. Forse amava veramente Gabrielle, che io avevo imparato
ad apprezzare non solo per la sua disinvolta sessualità, ma anche
per la gioia di vivere che esprimeva con ogni gesto, con ogni frase.
Fatto sta che tutte le sue manovre per ingraziarsi il Papa avevano
uno scopo ben preciso, che apparve chiaro a tutti quando il sommo
pontefice annullò il matrimonio tra Henri IV e Margot. "Trovo tutto
molto stupido" commentò Lisa, che era diventata un po' alla volta la
mia commentatrice preferita. "Sono anni che il re e la regina
convivono come fratello e sorella facendo i cazzacci propri, ed ora
tutto questo casino solo perché il Papa ha annullato il loro
matrimonio." Gabrielle, invece, non stava nella pelle: "Sposerà me,
capisci, Cavallo?" mi rivelò mentre la fida Gertrude le pettinava i
capelli. "Sarò ufficialmente la nuova regina." "Te lo meriti,
Gabrielle" le dissi, e lo pensavo sinceramente, così come ero
sincero quando le confidai: "Ultimamente, tra una gravidanza e
l'altra, siamo stati poco insieme, io e te. Ecco, forse non saremo
mai più amanti, visto che stai per diventare regina, ma voglio lo
stesso dirti che sei stata una donna fantastica, molto importante
per me, e che mi dispiace perderti." "Grazie" disse guardandomi
negli occhi. Ci abbracciammo castamente, e quella fu l'ultima volta
che la vidi da vicino. Infatti venne presa dal vortice dei
preparamenti per le nozze, previste per il 10 aprile 1599. Sedute
spossanti a provare gli abiti, ogni singolo movimento, ogni parola:
tutto doveva essere perfetto, anche perché a corte c'era chi
storceva il naso. Se tutti l'avevano tollerata come preferita del
re, salvo dimostrare stizza quando si era comportata come se fosse
stata lei la regina, ora che stava diventare regina per davvero le
critiche erano piuttosto accese. Non aveva la classe né il lignaggio
di una regina, dicevano alcuni. Questo matrimonio rovinerà la
monarchia, aggiungevano altri. La notte prima delle nozze venni
svegliato da un grande trambusto. Dormivo da solo, nella mia stanza.
Accesi la candela. Sentivo passi di gente che correva, grida
concitate, nervosismo. Sentii bussare alla porta e corsi ad aprire.
Julienne in lacrime corse ad abbracciarmi. "Gabrielle..." disse tra
i singhiozzi, nascondendo il bel viso contro il mio petto,
"Gabrielle è morta." Il gelo attanagliò il mio cuore. I fatti non
erano chiari, né vennero mai chiariti del tutto. Sembra che dopo
aver bevuto una limonata preparata da un certo Zamet, un finanziere
noto a corte, Gabrielle sia stata colta da fortissimi dolori che la
condussero ad oltrepassare i confini della vita. Forse venne uccisa,
ma da chi? Dalla vecchia regina (o qualche suo emissario) per
vendetta? Da qualcuno per proteggere il re? Dal re stesso per
liberarsi di un'amante divenuta scomoda? Da Henriette, come ipotizzò
infine anche Julienne, che era piuttosto ambiziosa e priva di
scrupoli? Oppure si trattò di una semplice disgrazia? Piansi
anch'io, quella notte ed anche i giorni successivi. Di lei mi rimase
soltanto il vento dei suoi capelli sciolti, il suo profumo. 5. Lisa
Senza Gabrielle, la vita a corte aveva perso la sua brillantezza,
almeno per me. Scopai qualche altra volta con Julienne, ma ormai la
tristezza aveva preso il sopravvento, nei nostri cuori, rispetto
alla spensierata allegrezza che aveva caratterizzato gli anni
precedenti. Così, verso la fine dell'anno 1600, inventai un
importante incarico dall'Italia, e mi accinsi a partire. Henri IV,
dopo un breve periodo di lutto, aveva ripreso a trombare alla
grande. Il 17 dicembre 1600 aveva sposato ufficialmente Maria Dei
Medici, figlia del granduca di Toscana, ma tanto per non perdere il
vizio scopava come un forsennato con una nuova favorita. Indovinate
chi? Ma sì, Henriette, l'arrivista. E se qualche volta la povera
Gabrielle aveva fatto discutere per i suoi comportamenti da regina
di fatto, Henriette fece molto peggio, attirandosi le antipatie di
tutti. Chissà, mi chiesi più volte, se ancora scoreggia per far
divertire il re. La notte prima di partire fu Lisa a tenermi
compagnia ed a scaldare il mio letto. Dopo tante nobili, finalmente
una popolana. "Sai" mi disse, "stavi sempre a cavalcare le marchese,
le duchesse, le aspiranti regine... ma ho avuto sempre la curiosità
di vedere le tue bisacce così tanto lodate, ed il tuo tronco di
quercia!" Quando mi fui spogliato nudo, sgranò gli occhi di fronte a
quella meravigliosa macchina che era il mio apparato riproduttivo, e
fu capace di dimostrarmi la sua passione, pur senza arrivare a
quelle vette di puttanaggine e volgarità cui mi avevano abituato le
altre. Da cui trassi un convincimento: più sono nobili ed
importanti, più le donne sono zoccole. Garantito. "Ma ti rendi
conto?" fece Lisa dopo che avemmo fatto l'amore. "Mangiano e
trombano, mangiano e trombano. Ma questo non è il mondo vero. Qui
non c'è la vera gente. Prima o poi le cose cambieranno, ne sono
sicura." Scrollai le spalle: "Non credo." "Invece ne sono sicura.
Magari ci vorranno cento, duecento anni, ma qualcosa succederà. La
gente normale si ribellerà ed il mondo cambierà." Sorrisi a quei
pensieri ingenui di popolana senza cultura. "Sarebbe una vera
rivoluzione!" le dissi ironico. Il giorno dopo, all'alba, partii per
l'Italia. FINE Note dell'autore: i personaggi ed i fatti storici
sono veri. Uniche invenzioni l'autore del quadro, il pittore
italiano Gerardo Armagnuolo detto il Cavallo, Lisa e Gertrude. In
realtà l'autore del quadro che ha ispirato il racconto, e che è
esposto al Louvre di Parigi, è sconosciuto. Pur risentendo della
scuola italiana, è probabile che sia stato dipinto da un francese.
Secondo alcuni la persona ritratta nella vasca con Gabrielle non è
Julienne, ma Henriette. Il quadro: Gabrielle d'Estrées et l'une de
ses sOEurs - Anonimo (Louvre) |